Usurai e prestanomi: la doppia vita della mafia in cittá. Rischio favoreggiamento per quaranta
· di Andrea

Non soltanto lo spaccio di droga, ma anche una serie di attività collaterali che, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbero permesso al gruppo di consolidare la propria presenza sul territorio e gestire gli affari illeciti. Dalla presunta usura alla gestione occulta di un’attività commerciale, passando per l'indebita percezione della Naspi e l'utilizzo di esercizi commerciali e abitazioni come basi logistiche e depositi. E ora l'attenzione della Procura si concentra anche sulla platea dei consumatori, con almeno quaranta persone che potrebbero finire sotto la lente degli inquirenti per una presunta attività di favoreggiamento o elusione delle indagini.
Uno dei luoghi centrali dell'inchiesta è il bar Asso di Cuori, in piazza Garibaldi a Sulmona. Per gli investigatori sarebbe stato una base logistica e un punto di incontro utilizzato per pianificare e organizzare le attività del gruppo. Attorno al locale ruoterebbe anche la vicenda della società M10, formalmente intestata a Mario Pallozzi, ma che, secondo l'accusa, sarebbe stata riconducibile a Di Marco e Stefano Sito, ritenuti soci occulti e gestori effettivi dell'attività. Di Marco, nonostante risultasse assunto con la mansione di lavapiatti, avrebbe in realtà esercitato un ruolo decisionale nella gestione del bar.
Alla stessa vicenda si collega la contestazione relativa alla presunta indebita percezione di 5.408,48 euro di Naspi. Per gli inquirenti, la cessazione del rapporto di lavoro sarebbe stata soltanto formale: Di Marco avrebbe continuato a occuparsi del locale, pur risultando disoccupato e percependo l'indennità.
Tra le contestazioni figura anche un presunto episodio di usura che coinvolgerebbe Di Marco e Sito. I due avrebbero prestato 2.000 euro a un artigiano, pretendendo la restituzione con interessi di 500 euro al mese, pari al 25 per cento del capitale. Ai ritardi nei pagamenti sarebbero seguite pressioni e minacce attribuite a Di Marco, che avrebbe fatto riferimento ai propri trascorsi criminali per intimorire la persona offesa e ottenere il denaro. Una condotta che, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe generato nella vittima una condizione di forte soggezione.
Ma è soprattutto la rete di appoggi logistici e commerciali a rappresentare uno degli aspetti più articolati dell'inchiesta. La distribuzione della droga avrebbe potuto contare su diversi punti di custodia e su un sistema di consegne a domicilio. Andrea La Civita, secondo quanto ricostruito nell'ordinanza, avrebbe raccolto gli ordini attraverso applicazioni dotate di sistemi di crittografia installate sul proprio smartphone, occupandosi poi delle consegne e trasferendo a Le Donne il denaro incassato.
Alessio Mancinelli avrebbe messo a disposizione i locali della propria gioielleria per nascondere lo stupefacente, mentre Tommaso Ludovico avrebbe consentito l'utilizzo degli spazi della sua attività di osteopata. Anche l'abitazione di Fabrizio Pescatore sarebbe stata trasformata in un punto di deposito. Davide Pantano e Mario Del Monaco, invece, avrebbero collaborato nella custodia delle sostanze e nella gestione dello spaccio nella zona compresa tra via Freda e largo San Francesco.
Dalle conversazioni intercettate emergerebbero anche precise regole economiche imposte alla rete dei venditori. Di Marco avrebbe preteso il pagamento immediato della droga, vietando di fatto le forniture a credito. Per i clienti che non saldavano i debiti sarebbe scattata la sospensione delle consegne, accompagnata dalla condivisione dei loro nominativi con gli altri componenti del gruppo, così da impedirgli di rivolgersi ad altri fornitori della rete.
In questo sistema si inserirebbe anche il ruolo di Daniele Cellini, accusato di aver messo a disposizione il proprio esercizio commerciale per consentire ai componenti del gruppo di effettuare pagamenti attraverso il Pos.
L'attenzione degli investigatori si sposta ora anche sui consumatori. Non soltanto perché alcuni acquirenti, secondo l'ipotesi accusatoria, avrebbero progressivamente assunto un ruolo diverso, passando dall'acquisto di stupefacenti alla collaborazione nell'attività di spaccio, ma anche per i possibili comportamenti successivi all'avvio dell'indagine. La Procura distrettuale sta infatti ascoltando in questi giorni le persone che avrebbero acquistato sostanze dal gruppo o che sarebbero entrate in contatto con i suoi componenti. Almeno quaranta consumatori rischierebbero di essere coinvolti in ulteriori accertamenti, con l'ipotesi di favoreggiamento o di condotte finalizzate a eludere le indagini al vaglio degli inquirenti.
Un fronte investigativo ancora aperto, dunque, che potrebbe allargare ulteriormente il numero delle persone coinvolte. Nel frattempo sono stati sequestrati i dispositivi elettronici di tutti gli arrestati: telefoni cellulari e altri supporti informatici saranno sottoposti ad approfondimenti per individuare eventuali ulteriori contatti, conversazioni e collegamenti utili a ricostruire l'organizzazione della presunta rete.
Intanto, per oggi sono previsti gli interrogatori di garanzia degli arrestati, un passaggio nel quale gli indagati potranno rispondere alle contestazioni, rendere dichiarazioni o scegliere di avvalersi della facoltà di non rispondere. Un appuntamento importante anche per conoscere la loro posizione rispetto al quadro accusatorio delineato dalla Procura.
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