Morta dopo ricovero per colecistite. Policlinico condannato al maxi risarcimento
· di Andrea

Il Tribunale civile di Sulmona ha condannato un policlinico romano al pagamento di circa 150 mila euro in favore dei familiari di una donna di 64 anni, originaria della Valle Peligna, deceduta dopo un complesso percorso sanitario. La sentenza ha riconosciuto la responsabilità della seconda struttura ospedaliera, escludendo invece profili di colpa a carico dell’ospedale dell’Annunziata, dove la paziente era stata inizialmente ricoverata.
La vicenda risale al 2022, quando la donna era stata presa in cura per una colecistite acuta associata a un ascesso epatico. Dopo il primo ricovero all’Annunziata, la paziente aveva scelto di lasciare volontariamente la struttura, nonostante il parere contrario dei medici e l’indicazione a proseguire il trattamento. Successivamente era stata ricoverata presso un ospedale romano, dove le sue condizioni si erano aggravate fino al decesso.
I familiari avevano quindi avviato un’azione civile nei confronti di entrambe le strutture sanitarie, chiedendo il risarcimento sia per la perdita del rapporto familiare sia per i danni subiti direttamente dalla paziente e trasmessi agli eredi.
Nel corso del giudizio, il Tribunale ha disposto una consulenza tecnica d’ufficio per ricostruire l’evoluzione clinica, valutare l’operato dei sanitari e verificare il nesso causale tra le cure ricevute e la morte. L’analisi si è concentrata sull’adeguatezza degli interventi, sulla loro tempestività e sulla continuità del percorso assistenziale.
Secondo quanto stabilito nella sentenza, non vi sarebbero elementi sufficienti per attribuire responsabilità all’ospedale dell’Annunziata. La decisione autonoma della paziente di interrompere il ricovero, assunta nonostante il dissenso dei sanitari, avrebbe infatti determinato una cesura nel percorso terapeutico. Le dimissioni volontarie avrebbero quindi interrotto la continuità assistenziale, rendendo non imputabile alla prima struttura l’esito successivo della malattia.
Diversa la valutazione relativa al policlinico romano. La consulenza tecnica ha evidenziato carenze nell’adeguatezza delle prestazioni fornite e nella gestione del quadro clinico. Tali omissioni sono state ritenute rilevanti nel determinare, o comunque nel concorrere a determinare, il decesso della donna. Per questo motivo il Tribunale ha riconosciuto la responsabilità della struttura e accolto la domanda risarcitoria dei familiari.
Il risarcimento comprende diverse voci di danno. È stato riconosciuto il danno da perdita del rapporto parentale, spettante ai congiunti per la sofferenza derivante dalla morte della familiare. Sono stati inoltre liquidati il danno patrimoniale da lucro cessante, collegato alla perdita dei contributi economici che la donna avrebbe potuto continuare a garantire alla famiglia, e il rimborso delle spese sostenute.
La pronuncia ha riconosciuto anche il danno biologico terminale, cioè il pregiudizio alla salute subito dalla paziente nel periodo compreso tra l’aggravamento delle condizioni e il decesso. Questa voce di danno, una volta maturata, può essere trasmessa agli eredi, purché sia dimostrata l’esistenza di un intervallo temporale apprezzabile tra la lesione e la morte.
La sentenza distingue inoltre tra i danni spettanti direttamente ai familiari e quelli maturati dalla vittima. Il danno da perdita del rapporto parentale viene fatto valere dai congiunti in quanto conseguenza della perdita del legame familiare. Il danno biologico terminale e gli altri pregiudizi subiti dalla paziente prima del decesso, invece, entrano nel suo patrimonio e possono essere rivendicati dagli eredi per successione.
Nel caso esaminato, le richieste nei confronti dell’ospedale dell’Annunziata sono state respinte. L’obbligo risarcitorio è stato quindi posto esclusivamente a carico del policlinico romano, ritenuto responsabile per le carenze riscontrate nella fase successiva del percorso di cura.
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