Morrone, nove anni di incendi e un Parco senza direttore: la storia ora è nelle carte della Procura
· di Andrea

Nove anni, tre incendi, un direttore facente funzione rimasto “temporaneamente” in carica per sette anni e una domanda finita sul tavolo della Procura di Sulmona: è stato fatto tutto il necessario per preparare il Morrone a fronteggiare un eventuale incendio?
Il quesito parte dalle fiamme dell’estate 2017 e arriva fino al gigantesco rogo dell’agosto 2026, passando per l’incendio del luglio 2023. Una sequenza che riguarda il cuore del Parco nazionale della Maiella.
Per rispondere alla domanda, il procuratore capo del Tribunale di Sulmona, Luciano D’Angelo, è tornato nelle scorse ore nelle aree incenerite del monte, probabilmente colpito da un fulmine. Per un’intera mattinata, con droni, mezzi e personale, sono stati osservati i luoghi devastati dall’incendio. L’obiettivo è stato verificare direttamente le condizioni dell’area e la portata del disastro, costato centinaia di milioni di euro e capace di distruggere 1.152 ettari, in gran parte boschivi. Il dato è stato diffuso al termine dell’emergenza.
Il sopralluogo assume un rilievo ancora maggiore dopo l’acquisizione, negli uffici del Parco nazionale della Maiella, della documentazione relativa alla gestione dell’area protetta nel periodo precedente all’agosto 2026. Gli investigatori stanno riavvolgendo il nastro fino all’estate di fuoco del 2017, quando le fiamme tennero sotto scacco per oltre un mese la montagna sacra a Papa Celestino V, dal 19 agosto al 20 settembre.
Nella vicenda si intreccia anche la storia della governance del Parco. Per circa dodici anni l’Ente è rimasto senza un direttore nominato attraverso una procedura ordinaria, affidando le funzioni a un direttore facente funzione. Dal 2018 il ruolo è stato ricoperto da Luciano Di Martino, dopo una precedente fase nella quale le funzioni erano state affidate al direttore del Parco nazionale Sirente-Velino.
Una lunga parentesi di supplenza che Luciano D’Alfonso aveva definito, nel 2024 e nuovamente nel 2025, una vicenda caratterizzata da ritardi e rimpalli nella procedura di nomina. Il parlamentare abruzzese aveva chiesto chiarimenti al Governo sulla mancata conclusione dell’iter e, nel 2025, era tornato a sollecitare un intervento del ministero per sbloccare la situazione.
Un periodo che oggi assume un significato particolare, perché coincide con l’arco temporale nel quale il Morrone è stato colpito da tre incendi.
Le indagini sono condotte dai carabinieri forestali, che stanno acquisendo negli uffici del Parco gli atti relativi al monitoraggio del territorio, ai piani di prevenzione degli incendi, alle procedure operative e agli interventi destinati alla mitigazione del rischio. In Procura sono stati ascoltati anche alcuni direttori delle operazioni di spegnimento.
L’obiettivo è ricostruire quali misure fossero state programmate, quali siano state effettivamente realizzate e come sia stata gestita l’emergenza. Il fascicolo, allo stato attuale, resta contro ignoti.
Ed è proprio la documentazione del Parco a suggerire che il problema della prevenzione sul Morrone non sia nato nel 2026.
Il primo passaggio risale al 2017, quando la montagna venne colpita da uno degli incendi più devastanti della storia recente. Dopo il rogo furono programmati interventi di ricostituzione dei boschi, prevenzione e videosorveglianza, con finanziamenti pubblici destinati anche alla ricostruzione forestale delle aree percorse dalle fiamme.
Nel 2019 il Parco affidò un intervento per la “ricostituzione dei boschi del Morrone Peligno incendiati nel 2017”, per un importo superiore ai 200 mila euro.
Sulla gestione del bosco dopo quell’incendio esiste oggi anche una lettura diversa. Come ha dichiarato recentemente Luciano D’Alfonso, all’epoca presidente della Regione Abruzzo, la scelta sarebbe stata quella di lasciare spazio alla ricolonizzazione naturale delle aree bruciate, attraverso una sorta di “non azione” accompagnata dal monitoraggio, nella prospettiva di favorire una rinaturalizzazione spontanea.
D’Alfonso ha respinto l’ipotesi che la presenza a terra dei residui legnosi carbonizzati potesse essere ricondotta ad abbandono o trascuratezza, sostenendo che quella scelta fosse fondata su “protocolli scientifici” e sul confronto con esperti del settore forestale e ambientale.
La domanda che oggi si pone è se quella decisione di non intervenire sulla materia bruciata, nove anni fa, affidandosi alla rinaturalizzazione spontanea e al monitoraggio, sia rimasta nell’ambito di una precisa strategia post-incendio oppure, con il trascorrere degli anni, si sia trasformata in inerzia.
Una metamorfosi che, eventualmente, sarà la magistratura, attraverso l’indagine in corso, a chiarire.
Un altro interrogativo riguarda il Piano del Parco. L’Ente ricorda che proprio durante l’incendio del 2017, sul Morrone, sarebbero stati realizzati nuovi tracciati e ampliati quelli esistenti con funzione di “tracciati tagliafuoco”. Il riferimento è all’elenco dei percorsi inserito nell’aggiornamento del Piano antincendio boschivo del Parco del 2018.
È un elemento che oggi assume particolare rilievo. Quei tracciati erano stati realizzati anche per consentire l’accesso alle aree interessate dagli incendi e favorire le operazioni di contrasto al fuoco.
Perché, allora, nel 2026 è stato necessario l’intervento straordinario dell’Esercito per rendere nuovamente accessibili alcuni tratti della montagna che avrebbero dovuto essere funzionali anche alla gestione delle emergenze?
Che cosa è stato fatto, dopo il 2017, per mantenere efficienti le piste tagliafuoco, le opere e gli interventi realizzati affinché continuassero a svolgere la funzione per cui erano stati programmati?
Una risposta, almeno parziale, potrebbe arrivare dal New Holland D180, il più potente mezzo apripista dell’Esercito, utilizzato dal 9° Reggimento Alpini per realizzare, lo scorso agosto, una nuova linea tagliafuoco nella zona di Colle delle Vacche, lungo la direttrice del sentiero R4 verso Roccacasale e il rifugio Pozzacchio.
Alle operazioni ha partecipato anche il 6° Reggimento Genio pionieri.
Sarà la ricostruzione di quei nove anni, più ancora del solo punto di innesco del rogo del 2026, a chiarire eventuali responsabilità.
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