Infedeli in chiesa: "offerte rubate per pagare le bollette". E denunciano estorsione
· di Andrea

CASTEL DI SANGRO – «Veniva sempre a messa, era uno di noi». È lo stupore dei fedeli a raccontare meglio di ogni altra cosa il clima che si respira a Castel di Sangro, dove la scomparsa di circa 50 mila euro dalle offerte della parrocchia di San Giovanni Battista ha scosso profondamente la comunità.
Una vicenda che, oltre all’ipotesi di furto aggravato e continuato, presenta ora un ulteriore elemento da chiarire: la presunta richiesta di denaro che sarebbe stata avanzata dopo la scoperta degli ammanchi. Un aspetto sul quale le versioni dei protagonisti sono discordanti e che potrebbe ampliare il quadro investigativo.
Sulla vicenda indaga la Procura della Repubblica di Sulmona, chiamata a ricostruire quanto accaduto, individuare le eventuali responsabilità e verificare la destinazione delle somme sottratte.
Gli ammanchi scoperti dopo tre mesi
Secondo le prime ricostruzioni, il denaro sarebbe sparito nell’arco di circa tre mesi. A maggio, don Domenico Franceschelli si sarebbe accorto che gli importi raccolti durante le celebrazioni non corrispondevano alle aspettative. Da qui la decisione di approfondire la situazione e affrontare direttamente la questione con le persone coinvolte.
Il parroco avrebbe contattato Fiorenzo, padre del giovane Matteo, per chiedere chiarimenti. Il ragazzo, cresciuto nell'ambiente parrocchiale, sarebbe finito al centro degli accertamenti insieme a un altro familiare.
Tra gli elementi al vaglio degli investigatori ci sarebbe anche il presunto cambio delle monete raccolte in chiesa con banconote presso un bar. Una modalità che, secondo quanto riferito nella ricostruzione della vicenda, sarebbe stata utilizzata per convertire il denaro.
Al giovane vengono attribuite anche dichiarazioni sulla destinazione di parte delle somme: avrebbe sostenuto di aver aiutato la madre e la famiglia a pagare le bollette. Un aspetto che dovrà essere verificato nell'ambito degli accertamenti.
La versione del padre e la controversia sui soldi
A raccontare il confronto con il sacerdote è stato Fiorenzo, che ha riferito di essersi recato da don Domenico dopo aver saputo quanto stava accadendo.
«Sono andato a parlarci. Gli ho detto chiaramente la cifra che avevamo preso e che ero disposto a riconsegnarla», avrebbe dichiarato l'uomo, secondo la ricostruzione riportata.
Il padre sostiene, tuttavia, che nel corso del confronto la somma di cui si parlava sarebbe aumentata progressivamente: inizialmente 20 mila euro, poi 30 mila, fino ad arrivare a 50 mila euro. Secondo il suo racconto, sarebbe stato inoltre richiesto un bonifico.
Una versione che il parroco smentisce con decisione. «Non ho chiesto bonifici. Ho soltanto parlato con queste persone, che erano state riprese dalle telecamere di videosorveglianza», ha dichiarato don Domenico, invitando a lasciare che sia la giustizia a fare chiarezza.
Il sacerdote ha inoltre respinto le voci circolate in paese su una presunta manipolazione delle immagini. «Qualcuno dice che ho fatto dei fotomontaggi, ma non è così», ha precisato.
Sarà dunque necessario verificare le dichiarazioni delle persone coinvolte e ricostruire con precisione il contenuto dei colloqui successivi alla scoperta degli ammanchi.
Le telecamere e la cassaforte blindata
Un altro punto centrale dell'inchiesta riguarda le modalità con cui sarebbe avvenuta la sottrazione del denaro. Le offerte sarebbero state custodite in una cassaforte blindata all'interno della parrocchia.
Secondo quanto riferito, un dispositivo di registrazione interno avrebbe documentato alcune fasi dell'accesso al denaro. Le immagini potrebbero rappresentare un elemento importante per gli investigatori, chiamati a verificare la dinamica dei fatti e il possibile coinvolgimento delle persone riprese.
La presenza delle registrazioni, tuttavia, non esaurisce gli accertamenti: resta da stabilire l'esatta entità degli ammanchi, chi abbia materialmente sottratto le somme e quale sia stata la loro destinazione.
Due indagati, mentre si valuta l'ipotesi di estorsione
Le prime attività investigative hanno portato alla denuncia di due cognati, accusati di furto aggravato e continuato. La contestazione, secondo quanto riferito, comprenderebbe anche l'aggravante legata al rapporto di fiducia.
A complicare il caso è la presunta richiesta di denaro che sarebbe seguita alla scoperta del furto. L'ipotesi di un possibile tentativo di estorsione dovrà essere verificata sulla base degli elementi raccolti e delle dichiarazioni rese agli inquirenti. Al momento, le versioni del padre del giovane e del parroco risultano contrastanti.
L'inchiesta dovrà quindi chiarire sia le responsabilità relative alla sparizione delle offerte sia l'eventuale esistenza di richieste indebite successive alla scoperta degli ammanchi.
La ferita della comunità
Al di là degli aspetti giudiziari, a Castel di Sangro resta il senso di amarezza per una vicenda che coinvolge denaro affidato alla parrocchia da tanti fedeli. Offerte spesso modeste, raccolte durante le celebrazioni e frutto della generosità di chi contribuisce alla vita della comunità religiosa.
«Rimane il dolore per ciò che è accaduto», è il senso delle parole pronunciate da don Domenico, che ha scelto di rimettere la vicenda al lavoro della magistratura.
In paese, intanto, prevalgono incredulità e richieste di chiarimento. Diversi fedeli auspicano che chi ha sbagliato riconosca le proprie responsabilità, chieda perdono e restituisca, per quanto possibile, il denaro sottratto.
Un appello al ravvedimento era stato rivolto anche dal sindaco di Castel di Sangro, Angelo Caruso, nel tentativo di riportare la vicenda su un piano di responsabilità personale e rispetto della giustizia.
Ora la parola passa agli investigatori. Saranno gli accertamenti della Procura a stabilire che cosa sia realmente accaduto dietro le porte della parrocchia e a fare luce su una vicenda che, in una comunità abituata a riconoscersi anche nella solidarietà, ha lasciato una ferita profonda.
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