Clan mafioso per spaccio e ritorsioni, 33 indagati a Sulmona. Venti finiti in carcere
· di Andrea

Operazione Metamorfosi, 33 indagati nell’inchiesta della Dda: venti misure cautelari. La presunta regia criminale a Sulmona e un giro d’affari fino a 200mila euro al mese
Due sodalizi criminali, un’alleanza tra ambienti della criminalità organizzata e gruppi locali, il controllo dello spaccio di cocaina nella Valle Peligna, estorsioni, intimidazioni e riciclaggio. È il quadro delineato dagli investigatori nell’inchiesta Metamorfosi, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, che ha portato all’esecuzione di 20 misure cautelari nelle province dell’Aquila, Teramo, Bologna, Foggia e Napoli. Nell’ordinanza compaiono complessivamente 33 nominativi.
Un’organizzazione che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe trasformato gli equilibri della criminalità nella Valle Peligna, costruendo a Sulmona una vera e propria base operativa dalla quale gestire il traffico di stupefacenti, i rapporti con altri gruppi criminali e un articolato sistema di interessi economici. Un volume d’affari stimato dagli inquirenti tra 180mila e 200mila euro al mese, con la cocaina al centro delle attività illecite.
È questo lo scenario che emerge dagli atti dell’operazione Metamorfosi, frutto di un’indagine avviata nel 2024 dalla Polizia di Stato e sviluppata per circa due anni sotto il coordinamento della Dda dell’Aquila. Al centro dell’inchiesta ci sarebbe la nascita di un sodalizio autonomo, caratterizzato da una presunta struttura organizzativa, una divisione dei compiti e collegamenti con ambienti criminali di altre regioni.
La presunta regia criminale e il radicamento a Sulmona
Secondo la ricostruzione investigativa, il principale promotore del nuovo assetto criminale sarebbe stato un uomo legato alla criminalità organizzata siciliana, già condannato per partecipazione a un'associazione di tipo mafioso per fatti commessi fuori dall’Abruzzo.
Dopo aver scontato la pena, l'uomo avrebbe deciso di rimanere a Sulmona, città nella quale aveva trascorso un periodo di detenzione. Qui, secondo gli investigatori, avrebbe mantenuto i rapporti con gli ambienti criminali di provenienza, trovando allo stesso tempo interlocutori tra coloro che già operavano nel mercato locale dello spaccio.
Non una contrapposizione per il controllo delle piazze, ma un'alleanza. Sarebbe stato questo, secondo la Procura, il passaggio decisivo per la nascita di una nuova organizzazione, capace di mettere insieme esperienze criminali differenti e consolidare la propria presenza sul territorio.
La presunta organizzazione avrebbe così assunto un ruolo dominante nel mercato della cocaina nella Valle Peligna, arrivando, secondo l'accusa, a esercitare una sorta di monopolio sullo spaccio.
I due bar e i primi accertamenti investigativi
Le prime segnalazioni sarebbero partite dalla squadra anticrimine del commissariato di Sulmona, che aveva avviato approfondimenti su due attività commerciali situate in piazza Garibaldi.
Secondo l'ipotesi investigativa, i locali sarebbero stati messi in piedi utilizzando denaro di provenienza delittuosa, attraverso un sistema di intestazioni e operazioni commerciali finalizzato a nascondere la reale disponibilità delle attività economiche.
Da quegli accertamenti sarebbero emersi ulteriori elementi, tra cui sequestri di sostanze stupefacenti: due grammi di cocaina nel tunnel di Santa Chiara e 45 grammi di ketamina nello stesso luogo. Gli investigatori avrebbero inoltre ricostruito episodi di aggressioni e intimidazioni, anche con l'utilizzo di mazze da baseball.
Le verifiche si sarebbero progressivamente estese, consentendo agli investigatori di ricostruire i rapporti tra i diversi soggetti, i canali di approvvigionamento della droga e i presunti meccanismi utilizzati per reinvestire i proventi delle attività illecite.
Il controllo dello spaccio e i collegamenti con altri gruppi criminali
Il mercato della cocaina sarebbe stato alimentato anche attraverso rapporti con un narcotrafficante albanese e con un esponente di un clan camorristico di Secondigliano.
Una rete di contatti che, secondo gli inquirenti, avrebbe consentito al gruppo di assicurarsi i rifornimenti e consolidare la propria posizione economica.
Il giro d'affari mensile sarebbe stato compreso tra 180mila e 200mila euro. Una cifra considerevole per un'organizzazione che avrebbe concentrato una parte importante delle proprie attività nella Valle Peligna, ma che avrebbe avuto ramificazioni e interlocutori anche fuori dai confini abruzzesi.
Non soltanto droga. Nell'inchiesta vengono contestate anche condotte estorsive, riciclaggio e attività finalizzate a schermare la provenienza del denaro, attraverso intestazioni fittizie e operazioni commerciali.
Minacce, armi e sette colpi contro un'abitazione
La presunta forza dell'organizzazione non si sarebbe basata soltanto sulla disponibilità di droga e denaro, ma anche sull'intimidazione.
Negli atti dell'inchiesta vengono ricostruiti episodi di violenza, minacce con armi da fuoco, aggressioni con mazze da baseball, estorsioni e atti intimidatori contro soggetti ritenuti appartenenti a gruppi rivali.
Tra gli episodi più eclatanti figura quello avvenuto in via Del Cavallaro, dove furono esplosi sette colpi di pistola contro il portone di un'abitazione.
Un'azione che, secondo la ricostruzione investigativa, si inserirebbe in una più ampia strategia intimidatoria, utilizzata per condizionare il territorio e consolidare il controllo delle attività illecite.
Le intimidazioni avrebbero riguardato anche persone vicine al sodalizio che non avrebbero rispettato le direttive impartite dai vertici. Gli investigatori avrebbero inoltre documentato la disponibilità di armi ed esplosivi e la progettazione di un attentato dinamitardo.
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