Cento chili di cocaina e una bomba per vendicare "Max". Gli incredibili retroscena della mafia sulmonese
· di Andrea

SULMONA – «No, no, deve fare danni». È una delle frasi più significative contenute nelle informative investigative dell’operazione Metamorfosi, che ha portato all’esecuzione di 20 misure cautelari in carcere e al coinvolgimento complessivo di 33 persone. Un passaggio che restituisce la dimensione delle intimidazioni e della violenza che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbero accompagnato l’attività di un’organizzazione dedita al traffico di cocaina nella Valle Peligna.
A emergere dalle intercettazioni della Squadra Mobile dell’Aquila è la trattativa per la realizzazione di un ordigno artigianale, che sarebbe stato destinato a colpire i presunti responsabili dell’incendio della Jeep Renegade di Massimiliano Le Donne, avvenuto nel marzo 2025 in via Patini.
A discutere delle caratteristiche del dispositivo sarebbero stati lo stesso Le Donne e Antonino Maccarrone. Quest’ultimo avrebbe illustrato la differenza tra i comuni artifici pirotecnici e un ordigno con una capacità offensiva ben diversa. Nel corso della conversazione avrebbe fatto riferimento alla presenza di «bulloni, pezzi di ferro, chiodi», spiegando che non si trattava di un semplice petardo destinato a provocare rumore.
Il chiarimento richiesto da Le Donne avrebbe reso ancora più esplicito l'obiettivo. Non sarebbe bastato rompere un vetro o spaventare qualcuno: la richiesta, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, era quella di provocare danni concreti.
La trattativa sarebbe proseguita anche attraverso l'invio di una fotografia raffigurante il tipo di ordigno desiderato. Maccarrone avrebbe giudicato il dispositivo mostrato nell'immagine meno potente rispetto a quello che avrebbe potuto realizzare. Quanto ai tempi, alla domanda su quanto sarebbe servito per prepararlo, avrebbe risposto: «Tempo di prendere l'occorrente, digli 3-4 giorni».
Nelle conversazioni sarebbero emersi anche riferimenti al peso e alla potenza dell'esplosivo. «Max, vedi tu, 5 kg è tosta però la imbottisco pesante», avrebbe detto Maccarrone, secondo la trascrizione contenuta nelle informative.
Un episodio che, nell'impianto investigativo, si inserisce in un contesto più ampio di intimidazioni, ritorsioni e disponibilità di armi ed esplosivi.
Ma è soprattutto il capitolo relativo all'approvvigionamento degli stupefacenti a delineare la portata dei traffici contestati. Nel capitolo 9 della documentazione investigativa viene ricostruita la rete di fornitori che, secondo gli inquirenti, avrebbe garantito al sodalizio la possibilità di reperire quantitativi ingenti di cocaina. Al centro dei rapporti con i canali di approvvigionamento ci sarebbero stati Massimiliano Le Donne e Antonino Maccarrone. Tra i contatti individuati figura Enri Bisha, cittadino albanese che, dalla primavera del 2025, avrebbe manifestato la disponibilità a procurare partite consistenti di stupefacente.
Uno dei passaggi più rilevanti risale al 3 aprile 2025. Nel corso di una conversazione intercettata nell'autovettura di Maccarrone, Bisha avrebbe prospettato la possibilità di fornire fino a cento chilogrammi di cocaina. «Quanto vuoi tu, mio fratello, chiedimi basta che apri bocca, tutto quello che vuoi te lo porto fratello, basta che non chiedi oltre 100», avrebbe affermato. Un quantitativo che, secondo gli investigatori, documenterebbe la capacità dei contatti esterni di garantire rifornimenti su larga scala.
Il tema sarebbe tornato anche il 7 aprile, quando Bisha avrebbe insistito sulla qualità della sostanza che sarebbe stato in grado di procurare: «Cose che non hanno mai visto in vita loro», avrebbe ripetuto durante il dialogo, aggiungendo che una nuova partita era appena arrivata. Le intercettazioni, secondo la ricostruzione accusatoria, restituiscono quindi l'immagine di una rete di approvvigionamento che avrebbe potuto contare su collegamenti fuori regione e all'estero.
Le informative descrivono anche un sistema di controllo interno fondato, secondo gli investigatori, sulla violenza e sulle minacce nei confronti di chi non rispettava le regole imposte dal gruppo. Tra gli episodi riportati figura quello che coinvolgerebbe Ivano Antonio Di Marco, soprannominato negli ambienti investigativi «il siciliano», e il pusher Mattia Alessandro Gasbarro.
In una delle conversazioni ricostruite dagli inquirenti, Di Marco avrebbe inizialmente deriso il giovane, per poi passare alle vie di fatto, schiaffeggiandolo e rivolgendogli pesanti minacce di morte. «Ti porto dentro al bagno e ti ammazzo. Ti faccio vedere se non avete paura di me ora», avrebbe detto, secondo quanto riportato negli atti. Nel corso dello stesso episodio avrebbe anche preteso la restituzione di denaro: «Io ora gli devo dare duemila... dove sono i soldi? Dove sono i soldi?». La violenza sarebbe poi proseguita con ulteriori intimidazioni: «Minchia di merda ca si. Ora v'ammazzo a tutti». Un passaggio che, secondo l'impostazione investigativa, evidenzierebbe le modalità attraverso le quali sarebbero stati gestiti i rapporti con gli spacciatori e il recupero delle somme dovute.
Le nuove conversazioni si inseriscono nel quadro complessivo dell'operazione Metamorfosi, che ha ricostruito un presunto sistema criminale con un giro d'affari stimato in circa 200mila euro al mese. Secondo l'accusa, il gruppo avrebbe progressivamente conquistato una posizione dominante nel mercato della cocaina nella Valle Peligna, attraverso una struttura organizzata, una divisione dei compiti e una rete di distribuzione capillare.
Al vertice della presunta organizzazione viene indicato Ivano Antonio Di Marco, ritenuto dagli investigatori uno dei principali promotori del sodalizio. Attorno a lui si sarebbe sviluppata una rete di collaboratori incaricati di gestire i rapporti con i fornitori, la distribuzione delle sostanze, la riscossione dei crediti e il controllo del territorio. Tra i collegamenti esterni figurerebbero ambienti criminali albanesi, campani e siciliani, oltre a contatti riconducibili alla Capitale. L'inchiesta avrebbe inoltre documentato episodi di estorsione, incendi dolosi, colpi d'arma da fuoco e intimidazioni, insieme a presunte operazioni di riciclaggio attraverso attività commerciali.
L'operazione ha coinvolto complessivamente 33 persone. Per 20 è stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre per Mario Iorio sono stati concessi gli arresti domiciliari. Gli altri indagati risultano, allo stato, a piede libero. Nelle 208 pagine dell'ordinanza cautelare, il gip Marco Billi ha analizzato le posizioni individuali, soffermandosi sui ruoli attribuiti ai singoli indagati, sui collegamenti criminali e sulle esigenze cautelari.
Tra gli elementi valutati figurano anche il presunto rischio di fuga di Le Donne, che in una precedente vicenda investigativa si sarebbe trasferito a Marbella, in Spagna, continuando secondo l'accusa a mantenere rapporti con il traffico di stupefacenti in Abruzzo. Non pochi gli elementi significativi dell'inchiesta: il bar di piazza Garibaldi usato come quartiere generale, i colpi di pistola contro una palazzina di via Del Cavallaro,
due auto incendiate e una bomba che poteva esplodere per ritorsione.
L'operazione Metamorfosi porta così alla luce, attraverso intercettazioni e informative, un quadro investigativo nel quale il traffico di cocaina si sarebbe intrecciato con intimidazioni, violenze, disponibilità di armi e progettazione di attentati. Un sistema che, secondo gli inquirenti, avrebbe trasformato Sulmona e la Valle Peligna in un punto strategico di una rete di traffici e relazioni criminali ben più ampia dei confini territoriali.
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