Cellulari sotto chiave, l'esperto mette in guardia. "Così la scuola diventa un istituto militare"
· di Andrea

SULMONA. (Ore 20.23) La scuola dovrebbe essere luogo di educazione, ascolto e crescita personale. Per questo, secondo Lorenzo Canepari, giovane sociologo di 25 anni, la circolare sulla consegna dei telefoni cellulari da parte degli studenti solleva interrogativi che vanno oltre la semplice regolamentazione dell’uso degli smartphone.
Canepari nella sua intervista rilasciata al quotidiano Il Centro distingue due aspetti. Il primo riguarda la responsabilità della scuola nella custodia dei dispositivi. Se un istituto impone agli studenti di consegnare un bene personale, sostiene il sociologo, dovrebbe chiarire anche quali responsabilità assume in caso di smarrimento o danneggiamento. «Trovo surreale che una scuola possa imporre la consegna di un bene dello studente e poi dichiararsi non responsabile delle condizioni di quel bene», afferma, chiedendo maggiore chiarezza e coerenza nelle disposizioni.
La critica principale, tuttavia, riguarda il modello educativo sotteso al provvedimento. Secondo Canepari, il ricorso a divieti e misure restrittive restituisce un’immagine repressiva e securitaria dell’istituzione scolastica. «Una circolare del genere sembra provenire più dalla Nunziatella di Napoli che da un liceo di Sulmona o della Valle Peligna», osserva, contestando un approccio percepito come eccessivamente rigido.
Il rapporto tra adolescenti e smartphone, infatti, è un fenomeno complesso, legato alle relazioni sociali, alla costruzione dell’identità e al benessere psicologico. Per affrontarlo, non basterebbe vietare o sequestrare i dispositivi: servirebbero percorsi di educazione digitale, incontri con esperti e occasioni di confronto capaci di ascoltare le emozioni e le difficoltà dei ragazzi.
«Se vuoi dare ai ragazzi una corretta impostazione rispetto all’utilizzo degli smartphone, puoi farlo attraverso corsi di educazione digitale e momenti di incontro con esperti che sappiano ascoltare le loro emozioni», spiega Canepari.
Il sociologo invita inoltre la scuola a considerare le preoccupazioni e i disagi vissuti dagli studenti. «I ragazzi chiedono di essere ascoltati e di non essere ignorati. La risposta non può essere di stampo militare», afferma.
Il rischio, secondo Canepari, è che il rigore disciplinare serva soprattutto a rassicurare le famiglie e a trasmettere un’immagine di sicurezza, senza affrontare le cause profonde del problema. «Le epoche e i tempi sono cambiati», sottolinea, mettendo in guardia dall’uso di metodi appartenenti a contesti ormai superati.
La questione, dunque, non riguarda soltanto dove custodire i telefoni, ma quale ruolo debba svolgere oggi la scuola nel rapporto tra giovani e tecnologia. Educare, conclude Canepari, non significa soltanto stabilire limiti, ma aiutare gli studenti a comprenderli e a sviluppare strumenti per vivere consapevolmente la realtà digitale.
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